Be water
Estate

L’ultimo tiro sa sempre di vaniglia. La griglia e il pesce da pulire. Momenti di trascurabile felicità. Per i buoni sentimenti rivolgetevi altrove. Tra i due litiganti , il terzo tace. Menghia. Buon ferragosto! Una voce di bambino chiama Vittorio….

Galenzana.  Quando sorge il sole mi pento amaramente di non aver peccato. Il terzo incomodo. Ha una voce sgradevole. Ascolta e canta Guccini. Culo peso diventa un cagnolino e la casalinga perfetta. Sugli scogli, una signora dice : ma non c’è un po’ di terra per piantare l’ombrellone?

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piccoloinfernotorinese:

Riflessioni di un martedì verde (queste ferite sono verdi / queste ferite sono azzurre / queste ferite sono occhi / non li guardare che ti perdi). Siamo simili, spesso e volentieri; ci scopriamo a somigliarci, come se fossimo cresciuti assieme. Amici o fratelli o compagni di scuola. Laviamo sempre le tazzine dopo il caffè e i piatti dopo cena, cuciniamo con mani sicure, ci piace aver ragione, il 7 è il nostro numero preferito, la tabellina più bella da imparare.Ma. Siamo diversi, pure. Tu sei grande, ogni giorno ti spiani la strada con forza, hai la determinazione rettilinea di un treno merci. Fai tutto quello che devi fare e lo fai bene, odi lasciare le cose a metà o malfatte. Hai bisogno di spazio, libertà, tempo, di graffiarti alle dita quando poti gli alberi intorno al giardino, di vincere il premio più bello alla sagra di paese, hai bisogno di guidare veloce, di campagna, di sole, di viaggi e lavoro. Hai la fermezza e la lucidità dell’età adulta, sai cosa vuoi e lo prendi. Una giornata che non ti sfinisce è una giornata che non vale la pena di essere vissuta. Non riesci a stare fermo, corri, brighi, disfi, fai. Sei un verbo di moto con venti prefissi diversi, per ragionare in termini di grammatica slava, un fuoco d’articio, un motore a scoppio.Io no, o almeno, non sempre. Io sono un animale tranquillo, amo il torpore, l’indolenza, il languore dei gatti. Mi piace stare in casa e cucinare con lentezza, disegnare, fotografare, leggere poesie. Amo le passeggiate lente, che siano tra le colline o nell’andirivieni luminoso di Via Po. Amo, parafrasando Buzzati, sia il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, che fermarmi a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete e altre cose meschine. Salto lezione per andare al parco, solo per camminare lungo il fiume fotografando gabbiani clandestini. O semplicemente per distendermi su un divano con un bicchiere di vino, morbida e spossata, come quelle donne dei quadri di Joseph Lorusso, con quesi sorrisi dolci e ambigui dipinti come rossetto sulla bocca. Io resterei con te a parlare per ore, intrecciata come edera all’albero, davanti al fuoco, oppure a non dir nulla, semplicemente ad accarezzarti i capelli e la schiena e baciarti le orecchie. Il letto per me è un nido di chiacchiere e condivisione, una biblioteca di carezze, risate e lunghe conversazioni sui sogni, sui progetti, sulle filosofie. Per te è invece una tana calda in cui dormire, riposare dopo giornate faticose, e questo non è altro che giusto.A volte non capisco se sono io ad essere troppo esigente o tu troppo distante, in modo più o meno inconsapevole. Mai stata troppo affettuosa. Tutti i miei uomini, da mio padre al mio ex, mi hanno sempre accusato di freddezza e anaffettività. E allora, come ti permetti di rendermi così fragile, così dolce, che mi tagli come un grissino? Mi fai il cuore di burro e lo impasti nella pasta frolla. E poi te la mangi, leccandoti i baffi e le dita.Dici che faccio spesso il broncio: è vero. Ti rispondo che altrettanto velocemente posso tornare a sorridere: mi basta un po’ di attenzione. Come diceva tua nonna? Le donne sono come il fuoco: se non lo stuzzichi si spegne. Appunto. Faccio il muso quando per un’intera giornata non mi dedichi nemmeno un bacio; e il primo che mi dai è alle sei del pomeriggio, dopo nove ore, giusto perchè ho smesso di sorridere e mi sono tirata il cappuccio sulla testa, un po’ per la malinconia, un po’ per la pioggia. Quando sei in mezzo agli altri, animale sociale come sei, maschio alfa, protagonista, eccitato dalle chiacchiere, dagli scherzi, dalla musica, ti scordi di attizzarmi. Per fortuna che c’è tanta brace sotto la gonna. So però che la tua non è cattiveria o mancanza di attenzione. Sei fatto così, dopo ti fai sempre perdonare. Mi torna in mente, quasi in maniera scontata, Guccini:"Tu sei molto, anche se non sei abbastanza, e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi, tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco, tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi. Io cerco ancora e così non spaventarti quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua! Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa. Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo o libertà.Vedi cara è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già.”E infatti io capisco, ti accetto come sei, e anche come e quando vieni, come se io fossi un paese, anzi, la piccola e remota stazione di un paese di campagna, che attende ogni giorno un treno pieno di gente festosa, un circo di musica e giocolieri, come il corteo finale delle Notti di Cabiria. Tu per me guidi quel treno carico di bellezza e carnevale, e sorrido e sventolo il fazzoletto e suono il campanile quando sento il fischio del ferroviere. Ma non riesco, di tanto in tanto, quando tardi ad arrivare, o quando ti fermi a qualche altra stazione o ti guasti in mezzo ai campi e salta la tua corsa giornaliera, a mascherare quella sorda debolezza. Ho troppo timore di perderti, e mi vergogno di questa inquietudine, terribilmente, perchè sono abituata ad essere una gatta forte, con zampe da guerra e coda da jungla.E allora spesso e volentieri maschero, o almeno ci provo, sorrido per finta, giusto per dare un’apparenza di forza, per non darti fastidio con le mie paranoie sciocche, per non farti vedere quanto in realtà sono giovane e incerta. Perchè mista al timore di perderti c’è anche l’ansia di stufarti, di cambiare le carte in tavola. Tu che sei così sicuro e preciso e saldo e vuoi vedermi altrettanto indistruttibile e sorridente e capace. Devo far finta di esserlo, ma non mi riesce bene, e mi accorgo che la mia tristezza, che non comprendi, ti annoia. E io così moltiplico i miei guaiti interiori e resto ancora più zitta e sorrido ancora di meno. E mi metto a scrivere lettere stupide su uno stupido blog, tanto per sfogarmi con qualcuno. Non è che ho sempre voglia di fare l’amore. E’ che facendo l’amore ti sento vicino, del tutto abbandonato, tranquillo, desideroso di stare con me, unicamente con me. Lì non devo fingere, non devo sorridere per forza, non devo tenere il muso per delle sciocchezze. Lì ci sei con tutto te stesso, e mi ami, mi prendi e mi vuoi per come sono. Me lo diceva già Alice, tra un fiore distillato e l’altro, ed io non capivo.Il sesso come compensazione emotiva. Chissà quanti fior fior di filosofi e terapeuti ci hanno scritto sopra dei libri.Chiudo, non so nemmeno io cosa voglio e come scriverlo.Ci vorrebbe Catalano.e devo ricordarmi  di metterti  in conto una notte  insonne  passata a bestemmiarti  contro comunque guarda in su adesso la luna la vedi? io sì dai guarda in su no non è la stessa tua luna no non è quella che vedi tu e volevo essere il tuo gatto e non me l’hai concesso e non ho voluto mai essere il gatto di nessuno di nessuna e non avrai una seconda opportunità e non avrai  altro gatto  all’infuori di me la mia luna  mi vuole bene la tua no a dir la verità io ne vedo due di lune quindi in tutto fan tre lune due io una tu vedo doppio penso triplo bevo assai i gatti non chiedono perdono mai.PS: Se per caso leggi tutto questo, perfavore… non ne parliamo. E’ solo un momento vacuo, una stazione solitaria e pensosa, un virtuosismo. Ciao.

piccoloinfernotorinese:

Riflessioni di un martedì verde (queste ferite sono verdi / queste ferite sono azzurre / queste ferite sono occhi / non li guardare che ti perdi). Siamo simili, spesso e volentieri; ci scopriamo a somigliarci, come se fossimo cresciuti assieme. Amici o fratelli o compagni di scuola. Laviamo sempre le tazzine dopo il caffè e i piatti dopo cena, cuciniamo con mani sicure, ci piace aver ragione, il 7 è il nostro numero preferito, la tabellina più bella da imparare.
Ma. Siamo diversi, pure. Tu sei grande, ogni giorno ti spiani la strada con forza, hai la determinazione rettilinea di un treno merci. Fai tutto quello che devi fare e lo fai bene, odi lasciare le cose a metà o malfatte. Hai bisogno di spazio, libertà, tempo, di graffiarti alle dita quando poti gli alberi intorno al giardino, di vincere il premio più bello alla sagra di paese, hai bisogno di guidare veloce, di campagna, di sole, di viaggi e lavoro. Hai la fermezza e la lucidità dell’età adulta, sai cosa vuoi e lo prendi. Una giornata che non ti sfinisce è una giornata che non vale la pena di essere vissuta. Non riesci a stare fermo, corri, brighi, disfi, fai. Sei un verbo di moto con venti prefissi diversi, per ragionare in termini di grammatica slava, un fuoco d’articio, un motore a scoppio.
Io no, o almeno, non sempre. Io sono un animale tranquillo, amo il torpore, l’indolenza, il languore dei gatti. Mi piace stare in casa e cucinare con lentezza, disegnare, fotografare, leggere poesie. Amo le passeggiate lente, che siano tra le colline o nell’andirivieni luminoso di Via Po. Amo, parafrasando Buzzati, sia il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, che fermarmi a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete e altre cose meschine. Salto lezione per andare al parco, solo per camminare lungo il fiume fotografando gabbiani clandestini. O semplicemente per distendermi su un divano con un bicchiere di vino, morbida e spossata, come quelle donne dei quadri di Joseph Lorusso, con quesi sorrisi dolci e ambigui dipinti come rossetto sulla bocca. Io resterei con te a parlare per ore, intrecciata come edera all’albero, davanti al fuoco, oppure a non dir nulla, semplicemente ad accarezzarti i capelli e la schiena e baciarti le orecchie. Il letto per me è un nido di chiacchiere e condivisione, una biblioteca di carezze, risate e lunghe conversazioni sui sogni, sui progetti, sulle filosofie. Per te è invece una tana calda in cui dormire, riposare dopo giornate faticose, e questo non è altro che giusto.

A volte non capisco se sono io ad essere troppo esigente o tu troppo distante, in modo più o meno inconsapevole. Mai stata troppo affettuosa. Tutti i miei uomini, da mio padre al mio ex, mi hanno sempre accusato di freddezza e anaffettività. E allora, come ti permetti di rendermi così fragile, così dolce, che mi tagli come un grissino? Mi fai il cuore di burro e lo impasti nella pasta frolla. E poi te la mangi, leccandoti i baffi e le dita.
Dici che faccio spesso il broncio: è vero. Ti rispondo che altrettanto velocemente posso tornare a sorridere: mi basta un po’ di attenzione. Come diceva tua nonna? Le donne sono come il fuoco: se non lo stuzzichi si spegne. Appunto.
Faccio il muso quando per un’intera giornata non mi dedichi nemmeno un bacio; e il primo che mi dai è alle sei del pomeriggio, dopo nove ore, giusto perchè ho smesso di sorridere e mi sono tirata il cappuccio sulla testa, un po’ per la malinconia, un po’ per la pioggia. Quando sei in mezzo agli altri, animale sociale come sei, maschio alfa, protagonista, eccitato dalle chiacchiere, dagli scherzi, dalla musica, ti scordi di attizzarmi. Per fortuna che c’è tanta brace sotto la gonna.
So però che la tua non è cattiveria o mancanza di attenzione. Sei fatto così, dopo ti fai sempre perdonare. Mi torna in mente, quasi in maniera scontata, Guccini:

"Tu sei molto, anche se non sei abbastanza,
e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi,
tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco,
tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi.
Io cerco ancora e così non spaventarti
quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua!
Sii contenta della parte che tu hai,
ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa.
Cerca dentro per capir quello che sento,
per sentir che ciò che cerco non è il nuovo o libertà.
Vedi cara è difficile a spiegare,
è difficile capire se non hai capito già.

E infatti io capisco, ti accetto come sei, e anche come e quando vieni, come se io fossi un paese, anzi, la piccola e remota stazione di un paese di campagna, che attende ogni giorno un treno pieno di gente festosa, un circo di musica e giocolieri, come il corteo finale delle Notti di Cabiria. Tu per me guidi quel treno carico di bellezza e carnevale, e sorrido e sventolo il fazzoletto e suono il campanile quando sento il fischio del ferroviere. Ma non riesco, di tanto in tanto, quando tardi ad arrivare, o quando ti fermi a qualche altra stazione o ti guasti in mezzo ai campi e salta la tua corsa giornaliera, a mascherare quella sorda debolezza. Ho troppo timore di perderti, e mi vergogno di questa inquietudine, terribilmente, perchè sono abituata ad essere una gatta forte, con zampe da guerra e coda da jungla.
E allora spesso e volentieri maschero, o almeno ci provo, sorrido per finta, giusto per dare un’apparenza di forza, per non darti fastidio con le mie paranoie sciocche, per non farti vedere quanto in realtà sono giovane e incerta. Perchè mista al timore di perderti c’è anche l’ansia di stufarti, di cambiare le carte in tavola. Tu che sei così sicuro e preciso e saldo e vuoi vedermi altrettanto indistruttibile e sorridente e capace. Devo far finta di esserlo, ma non mi riesce bene, e mi accorgo che la mia tristezza, che non comprendi, ti annoia. E io così moltiplico i miei guaiti interiori e resto ancora più zitta e sorrido ancora di meno. E mi metto a scrivere lettere stupide su uno stupido blog, tanto per sfogarmi con qualcuno.
Non è che ho sempre voglia di fare l’amore. E’ che facendo l’amore ti sento vicino, del tutto abbandonato, tranquillo, desideroso di stare con me, unicamente con me. Lì non devo fingere, non devo sorridere per forza, non devo tenere il muso per delle sciocchezze. Lì ci sei con tutto te stesso, e mi ami, mi prendi e mi vuoi per come sono. Me lo diceva già Alice, tra un fiore distillato e l’altro, ed io non capivo.
Il sesso come compensazione emotiva.
Chissà quanti fior fior di filosofi e terapeuti ci hanno scritto sopra dei libri.
Chiudo, non so nemmeno io cosa voglio
e come scriverlo.
Ci vorrebbe Catalano.

e devo ricordarmi
di metterti
in conto
una notte
insonne
passata
a bestemmiarti
contro

comunque
guarda in su
adesso
la luna
la vedi?
io sì
dai guarda in su
no
non è la stessa tua luna
no
non è quella che vedi tu

e volevo essere il tuo gatto
e non me l’hai concesso

e non ho voluto mai
essere il gatto di nessuno
di nessuna
e non avrai
una seconda opportunità

e non avrai
altro gatto
all’infuori di me

la mia luna
mi vuole bene
la tua no

a dir la verità io ne vedo due
di lune
quindi in tutto fan tre lune
due io
una tu

vedo doppio
penso triplo
bevo assai

i gatti non chiedono perdono

mai.

PS: Se per caso leggi tutto questo, perfavore… non ne parliamo. E’ solo un momento vacuo, una stazione solitaria e pensosa, un virtuosismo. Ciao.

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